
Nel caso in cui una persona sia stata detenuta ingiustamente, il codice di procedura penale (art. 314 – 315) prevede che lo Stato corrisponda un equo indennizzo per la custodia cautelare sofferta.
L’ipotesi fa riferimento alla detenzione subita in via preventiva (quindi prima dello svolgimento del processo); detto altrimenti, quando un soggetto, in attesa o nel corso del processo, venga privato della propria libertà e poi assolto, potrà richiedere ed ottenere una somma di denaro a ristoro dell’ingiustizia subita, per un importo massimo di 516.456,90 €. Lo stesso diritto spetterà al condannato, quando venga accertato che la custodia cautelare sia stata disposta o mantenuta senza che ne sussistessero i presupposti.
La domanda deve essere presentata, a pena di inammissibilità, entro due anni dal giorno in cui la sentenza di assoluzione o condanna è diventata definiva, presso la cancelleria della Corte d’Appello nel cui distretto è stato pronunciato il provvedimento che ha definito il processo. Può essere presentata direttamente dall’interessato, ma per il procedimento è obbligatoria l’assistenza di un avvocato munito di procura speciale.
In caso di decesso della persona che ha subito l’ingiusta detenzione, la riparazione potrà essere richiesta dai parenti dell’interessato: la domanda, in questo caso, può essere avanzata dal coniuge, dai discendenti e dagli ascendenti, dai fratelli e dalle sorelle, dagli affini entro il primo grado e dalle persone legate da vincolo di adozione con quella deceduta.
È importante precisare che non potrà beneficiare dell’indennizzo chi abbia contribuito, in qualsiasi modo, a determinare l’ingiusta detenzione, con un suo comportamento doloso o gravemente colposo.
In alcuni casi, ad esempio, il diritto alla riparazione è stato negato anche solo per il fatto che l’imputato si fosse avvalso della facoltà di non rispondere nel corso del processo; ci sono state decisioni in tal senso, ove i giudici hanno ritenuto che, nonostante il silenzio rientrasse nel diritto di difesa, avendo lo stesso abbia contribuito a determinare o prolungare la detenzione, il diritto alla riparazione dovesse essere negato.
L’assistenza di un avvocato sensibile al vissuto di chi sia stato ingiustamente trattenuto in detenzione appare determinante; infatti, è importante tener presente che non è sufficiente presentare una richiesta generica, ma è necessario dimostrare di aver effettivamente subito dei danni (materiali e non), come conseguenza della sofferta detenzione.
Il professionista incaricato dovrà, quindi, spiegare e documentare la natura e l’entità dei danni suddetti.
Le modalità con cui verrà redatta la domanda di ristoro potranno, inoltre, incidere anche sulla quantificazione dell’indennizzo.
Gli elementi a tal fine rilevanti sono diversi: la durata della custodia subita ingiustamente, il tipo di misura applicata e il suo grado di afflittività (la carcerazione è sicuramente più afflittiva degli arresti domiciliari), oltre alle conseguenze scaturite dalla misura (personali, familiari, patrimoniali, morali).