
Il processo minorile è regolato dal D.P.R., 22 settembre 1988, n. 448. L’obiettivo in questo caso è quello di favorire una rapida fuoriuscita del minore dal circuito penale e garantirne il corretto immediato reinserimento all’interno della società. Per questo motivo, il processo minorile mira alla responsabilizzazione del minore, più che alla sua punizione.
Preliminarmente, occorre precisare che i minori sono imputabili, ovvero sottoponibili ad un processo, soltanto laddove abbiano compiuto almeno quattordici anni d’età e siano capaci di intendere e volere.
Mentre per gli adulti la capacità di intendere e volere rispetto al reato commesso è presunta, nel caso di un minore deve essere sempre accertata.
I minori possono essere autori di qualsiasi reato previsto dal codice penale; non esistono reati specifici che presuppongano quale soggetto attivo un minorenne.
Statisticamente, i reati che sembrerebbero più comuni fra i minorenni sono furto, rapina e danneggiamento.
L’organo dinanzi al quale viene svolto il processo in primo grado è il Tribunale per i Minorenni. Si tratta di un organo collegiale specializzato a composizione mista: due giudici togati, cioè professionali, e due onorari, scelti tra i maggiori esperti nelle scienze umane.
L’intero processo è strutturato in considerazione della particolarità dell’utenza e del carattere evolutivo del momento adolescenziale. I principali principi a cui si ispira il processo minorile sono:
In questo contesto, personalmente ritengo che l’individuazione di una corretta strategia difensiva presupponga lo studio e la valutazione della personalità del minore, anche proiettandosi verso il futuro, in modo tale da scongiurare il più possibile eventuali conseguenze dannose derivanti dal reato commesso e garantire al minore un corretto reinserimento all’interno del tessuto sociale.
A tal fine, mi avvalgo, ove necessario, anche della collaborazione di specialisti di altri settori (es. psicologi), per garantire un’assistenza quanto più completa possibile. Nel percorso di riabilitazione e risocializzazione del minore può risultare determinante l’aiuto e la collaborazione della famiglia.